La tensione al divino come matrice della forma (un vademecum a cura di Michele Tarroni)
- Capucci come “rinascimentale fuori tempo”
Se il Rinascimento è stato il momento in cui l’uomo ha ricercato una nuova armonia tra la misura della ragione, la potenza della tecnica e il mistero del divino, Roberto Capucci può essere letto come un prosecutore diretto di questa stagione. Non stilista né semplice couturier, ma “creatore di forme”, egli riprende l’impulso rinascimentale per coniugarlo in chiave contemporanea: tensione verso l’assolutezza della bellezza, dignità teologica dell’arte, dialogo eterno tra materia e spirito.
Come Brunelleschi ordinava la geometria per aprire finestre sull’infinito, o come Leonardo traduceva nella pittura il nesso tra scienza e spiritualità, Capucci organizza la stoffa in architettura vivente, pone il colore come veicolo di trascendenza, e fa dell’abito non ornamento, ma epifania.
- Teologia della forma e del colore
Il nucleo del suo lavoro è una teologia della stoffa: il tessuto, piegato, disposto, sovrapposto in ritmi e volumi, diventa sacramento visibile dell’invisibile. Nella sua ricerca il colore non è decorazione ma sostanza, simile al “lume” di Beato Angelico o alle campiture di Giotto, che rivelano un altro mondo dietro alle superfici. Capucci reinventa il linguaggio cromatico come vibrazione metafisica: il rosso evocazione del sacrificio, l’oro proiezione dell’eterno, il bianco segno della Grazia.
In questo senso i suoi “abiti-scultura” equivalgono a pale d’altare o a cicli pittorici: non vestono un corpo, ma incarnano un’idea, un concetto, una rivelazione.
- Maria come principio noetico e paradigma del fiat
La mostra alla Chiesa di Santa Maria Annunziata sottolinea il filo rosso mariano che attraversa l’opera capucciana. Maria è qui principio: non solo icona di dolcezza, ma centro teologico e noetico, “luogo” dell’Incarnazione, archetipo di accoglienza del trascendente.
Capucci, come i pittori dell’Annunciazione da Simone Martini a Leonardo, si misura con l’evento che segna il dialogo più alto tra umano e divino. Ma egli non lo racconta per figura: lo evoca con forme che avvolgono lo spazio, con tessuti che diventano “fiat” scolpito, gesto visibile di un’accoglienza libera e totale. Così l’abito diventa “icona vivente”, “teofania indossabile”.
- Tra passato e presente: continuità delle epoche
Capucci si situa come ponte tra tradizione e modernità, proprio come il Rinascimento era ponte tra Medioevo e modernità. Egli dialoga implicitamente con Antoniazzo Romano, con Massarotti, con i maestri fiorentini, reinventandone i linguaggi. Se il Rinascimento aveva cercato di armonizzare l’eredità classica con la visione cristiana, Capucci armonizza la memoria iconografica della sacralità con la sensibilità estetica contemporanea.
In ciò, egli mostra che l’arte sacra non è “stile” né “tempo”, ma tensione inesauribile: è sempre rinascita, sempre ritorno all’archetipo della creazione come atto teofanico.
- L’abito come liturgia e contemplazione
In Capucci ogni creazione si trasforma in rito visivo: non solo oggetto estetico, ma partecipazione liturgica. Il visitatore di fronte ai suoi abiti vive un percorso simile alla contemplazione di un affresco rinascimentale in una cappella: gli occhi, il cuore e la mente si unificano.
L’opera diventa liturgia della forma, atto di comunione tra chi guarda e ciò che sta oltre: il Mistero.
È lo stesso statuto che aveva l’arte nelle basiliche rinascimentali – non illustrazione, ma teologia per immagini, “predicazione di luce e colore”.
- Capucci come ultimo testimone del Rinascimento
Leggere Capucci come “autore rinascimentale” significa riconoscere che la sua opera, apparentemente mondana perché legata al mondo della moda, si rivela in realtà come nuova epifania del sacro. Come i maestri del Quattrocento, egli pone al centro la tensione verso il divino, facendo del visibile un varco verso l’invisibile.
La sua creatività non è fuga dall’umano ma elevazione dell’umano verso il trascendente.
In questo senso Capucci non è solo contemporaneo: è l’ultimo anello di una lunga catena che, da Giotto a Michelangelo, da Raffaello a Beato Angelico, continua a testimoniarci che la bellezza è via alla verità, e l’arte autentica è sempre anelito alla Grazia.







