Estratti dagli interventi di Michele Tarroni al workshop “L’Abito: abitare uno Spazio Sacro” e alla conferenza “La Santa Maria Annunziata del Capucci”

[…] Avviamoci ora verso un’analisi iconoteologica della Santa Maria Annunziata capucciana, prendendo in considerazione anche la prossemica, cioè il modo in cui lo spazio architettonico e la collocazione fisica dell’opera influenzano la sua percezione e il dialogo tra l’opera stessa e l’osservatore, contestualizzando così la lettura ermeneutica dell’opera sacra all’interno dell’ambiente liturgico e architettonico che la accoglie, valorizzandone l’interazione tra immagine, spazio e fruitore.

Ma prima di procedere, osserviamo più da vicino l’assetto iconoteologico sul quale si incardina la nostra ricerca. Il termine iconoteologia indica un approccio interpretativo che fonde l’analisi iconografica e iconologica (tradizionalmente centrata sugli aspetti formali, simbolici e storici delle immagini) con la riflessione teologica, per comprendere più a fondo la dimensione spirituale e il messaggio di fede veicolato dalle opere d’arte sacra.

Rispetto all’iconologia – che si concentra sul significato intrinseco, culturale, e filosofico delle immagini – l’iconoteologia aggiunge una prospettiva specificamente teologica: si interroga su quali contenuti di fede, dottrine o principi spirituali vengano incarnati nelle raffigurazioni artistiche e come l’arte trasmetta verità della fede o concetti teologici complessi attraverso forme visive.

Alcuni esempi di applicazione:

  • L’analisi iconoteologica di un dipinto religioso, come “Il ritorno del figliol prodigo” di Rembrandt, cerca nei gesti, nei colori, nelle posture, i significati spirituali e trinitari, oltre al valore narrativo e simbolico.
  • L’iconoteologia serve per leggere in chiave teologico-simbolica le scene sacre, evidenziando l’equilibrio tra vita attiva e contemplativa (come nel caso di Marta e Maria), secondo le chiavi interpretative della tradizione cristiana.

L’iconoteologia va dunque intesa come riflessione sull’arte quale veicolo privilegiato di contenuti spirituali, che integra strumenti della Storia dell’Arte con la profondità della teologia per cogliere il significato ultimo e trascendente delle immagini sacre.

Addentriamoci dunque nell’analisi iconoteologica della Santa Maria Annunziata capucciana, integrando la lettura ermeneutica con la riflessione sulla prossemica.

Entrare nell’universo creativo di Roberto Capucci, quando si intreccia con la tradizione cristiana e con i codici dell’iconografia sacra, significa trovarsi al crocevia tra fede e bellezza, tra contemplazione e scoperta. Non è solo moda, non è solo arte: è una teologia del colore e della forma che vibra come luce riflessa sulle pieghe di una seta.

La sua opera, se letta attraverso le vesti dedicate alla “Madonna dalle cappe doppie” e all’”Arcangelo Gabriele”, si pone come un inedito commento figurativo e spirituale dell’Annunciazione. In questo dialogo millenario — tra la giovane di Nazaret e il messaggero celeste — Capucci non imita, ma reinventa: raccoglie l’eredità di Leonardo e dei grandi maestri del passato e la ricompone in un linguaggio che è insieme sartoriale e simbolico. I tessuti diventano pittura materica, le pieghe sono pennellate di luce, i colori non sono semplici tinte ma risonanze teologiche: Maria è veste di Grazia, riflesso dell’eterna innocenza; Gabriele è tunica di cielo, incarnazione di quella potenza divina che si fa leggerezza e dono.

Queste creazioni non si limitano a evocare un episodio evangelico: lo rendono vivo, tangibile, indossabile. Non sono costumi scenici, ma icone da meditare, la traduzione contemporanea di una teofania. Capucci dimostra che l’arte, quando osa farsi preghiera, non perde nulla della sua forza estetica: anzi, si fa più radicalmente innovativa. La sua Annunciazione stilizzata è un atto estetico che diviene anche atto teologico.

In fondo, ciò che ci viene consegnato non è semplicemente “un abito”: è un frammento di eternità tradotto in seta.

Nel commentare Maria Annunziata, conviene innanzitutto collocare la riflessione nel quadro della mariologia teologica, che studia la dignità, la missione e i privilegi di Maria, madre del Verbo incarnato, alla luce della rivelazione divina. Questo studio non si esaurisce nella sola ragione umana, ma attinge dalle fonti della Scrittura e della Tradizione, facendosi interprete di quell’evento unico che è l’Annunciazione: il momento in cui Maria, nella sua libertà e umiltà, accoglie la Parola di Dio, facendosi “serva e madre”.

La mariologia contemporanea rivaluta la centralità dell’evento salvifico, inserendo Maria organicamente nella storia della salvezza. In particolare, il Magnificat (Lc1, 46-55) offre la chiave ermeneutica della vocazione di Maria: la logica divina si esprime nell’elevazione dell’umile, nel privilegio accordato ai piccoli, nella predilezione di Dio verso chi si abbandona alla sua volontà. Maria appare, secondo la migliore tradizione patristica e teologica, come “principio noetico del disegno salvifico e insieme sua palese esemplificazione”: è cioè contemporaneamente simbolo e realtà, modello di fede; corredentrice e “mediatore universale” tra Dio e l’umanità.

Una delle tematiche centrali, in particolare dal Medioevo alle sintesi della mariologia moderna, è la questione dell’Immacolata Concezione, vista come segno della preservazione ab aeterno dal peccato originale, e la funzione mediatrice di Maria, indicata da autori come Bernardino da Siena come “collo” attraverso cui la grazia fluisce dal Cristo alle membra della Chiesa. Maria, dunque, riceve il titolo di Kecharitōmenē, “Piena di Grazia”, che la pone al vertice della santità creaturale ma anche come figura di massima apertura alla comunicazione della grazia divina.

In chiave teologica l’Annunciazione, cioè il tempo dell’incontro tra Maria e il messaggero celeste, si configura come il vero spartiacque della storia della salvezza: qui, nella libertà del suo fiat (“Ecce ancilla Domini: fiat mihi secundum verbum tuum”) Maria diventa icona del consenso umano all’agire di Dio e modello per la fede ecclesiale. Come afferma il Concilio Vaticano II, la meditazione su Maria si sviluppa nell’unità dei due Testamenti, nella concretezza storica del suo “pellegrinaggio nella fede” e nella sua risposta alla chiamata divina.

Da qui la peculiare bellezza teologica della Madonna Annunziata: è la figura che, pur “avvolta nella Grazia”, resta pienamente donna, creatura, capace di ascolto, di dialogo con Dio e con il suo angelo. Nell’arte – come nel pensiero di Capucci – risplende non solo per le vesti fastose e i colori luminosi, ma per la profondità soprannaturale che la avvolge “dal di dentro”: speculum sine macula, riflesso limpido della grazia, dell’obbedienza e dell’amore salvifico di Dio che trova spazio nel cuore di una giovane di Nazaret.

La collocazione dell’abito-scultura di Roberto Capucci nella Chiesa di Santa Maria Annunziata in Borgo a Roma rappresenta non solo un atto artistico di grande rilevanza, ma un dialogo vivo con la tradizione figurativa della città e con il suo patrimonio spirituale, di cui la stessa chiesa è custode e testimone.

Se osserviamo la “Madonna del Latte” di Antoniazzo Romano, ci troviamo immersi in un’iconografia di confine fra il tardo-gotico ed il primo Rinascimento. L’autore, con la sua sensibilità, inizia a distaccarsi dalla bidimensionalità del Gotico, cercando di dare volume e profondità alle figure – elemento caratteristico del Rinascimento -, introducendo elementi di modernità nell’umanizzazione della scena, che coglie Maria nella tenerezza del gesto materno – con toni caldi e luminosi, che contribuiscono a creare un’atmosfera di serenità e dolcezza – ma anche avvolta in una regalità – mantello porpora – che riflette la dottrina dell’Immacolata Concezione e la sua centralità teologica. L’interno del mantello verde, come nell’iconografia della Madonna del Manto, valse probabilmente il titolo di Refugium Peccatorum, con la quale l’icona è venerata sin dal pontificato di Leone XIII.

L’“Annunciazione” di Angelo Massarotti (1654–1723) reinterpreta invece il momento dell’incontro tra Maria e l’angelo, attraverso una sensibilità barocca che privilegia la teatralità della luce e la forza del gesto. L’angelo Gabriele, con i suoi drappeggi fluenti e lo splendore celeste, è manifestazione della potenza di Dio; Maria accoglie il messaggio divina, simbolo della perfetta disposizione interiore, in una scena dove il celeste e il terreno si intrecciano.

Arrivando all’opera di Capucci, l’abito-scultura trova posto non come semplice omaggio alle venerate immagini, ma come meditazione contemporanea su questi modelli: la sua “Santa Maria Annunziata” assorbe gli echi delle tele e degli affreschi, amplia il linguaggio dell’Annunciazione e della maternità divina, trasfigurando materiali e colori in teologia viva. Le cappe doppie, le velature, l’illuminazione ocra e verde, evocano sia l’atmosfera spirituale di Leonardo sia le tonalità auree di Antoniazzo Romano, mentre la brillantezza dei tessuti – lavorati con la calma e la cura dell’antico – risponde idealmente allo splendore barocco della composizione massarottiana.

Il dialogo creato in questo contesto – fra Capucci, Romano, Massarotti, e la stessa architettura sacra della chiesa – è dunque un invito a sostare: la contemplazione dell’opera non è solo esperienza estetica, ma anche ingresso in un pensiero teologico che si rinnova nello spazio della liturgia, della storia e dell’arte. Maria, al centro di questo itinerario, resta colei che accoglie, genera e rivela, attraverso bellezze antiche e nuove, il mistero della Grazia che irrompe nel tempo e nello spazio.

Così, la “Santa Maria Annunziata” di Capucci, tra la mano materna di Antoniazzo Romano e la luce assoluta del Massarotti, si fa ponte prezioso tra antico e moderno: radicata nel silenzio orante della chiesa, la sua bellezza rimanda al sempiterno dialogo fra Dio e l’uomo, tra arte e spiritualità, tra la fede e la conoscenza.

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