Saggio introduttivo alla mostra “Acqua, Luce e Spiritualità” a cura di Michele Tarroni
Un dialogo tra Arte, Natura e Sacralità nella Chiesa di Santa Maria Annunziata
Saggio introduttivo alla mostra “Acqua, Luce e Spiritualità”
Chiesa di Santa Maria Annunziata – Roma, 2025
La Chiesa di Santa Maria Annunziata in Borgo, scrigno di storia e fede nel cuore pulsante di Roma, si prepara ad accogliere un evento di rara intensità: la mostra “Acqua, Luce e Spiritualità”, un allestimento espositivo di lavori di Anna Romanello, figura di spicco dell’arte contemporanea, il cui talento le ha valso l’ingresso di diverse opere nella prestigiosa Collezione di Arte Contemporanea dei Musei Vaticani – caso più unico che raro per un artista vivente.
Il contesto in cui si inserisce questa iniziativa diviene ancor più significativo, coincidendo con il Giubileo 2025, un anno santo che, con il suo motto “Pellegrini di Speranza”, invita i fedeli a coltivare la speranza di un radicale rinnovamento spirituale; un anno speciale in cui i pellegrini di tutto il mondo potranno confermare profondamente la propria fede e connettersi con il ricco patrimonio storico e spirituale di Roma.
Non è una semplice esposizione – e nemmeno un’esposizione semplice – quella a cui ci appressiamo ad assistere, ma un’immersione profonda nel simbolismo dell’acqua, elemento vitale che si manifesta nelle fontane romane – il soggetto prescelto dall’Artista per questo allestimento – e che, nel luogo sacro scelto per la presentazione, risuona con echi biblici e significati spirituali sempiterni.
Ad un primo sguardo, l’associazione tra le fontane, simboli di vita pubblica e di una bellezza quasi profana, e l’austera sacralità di una chiesa, potrebbe apparire poco consonante. Tuttavia, se accettiamo il “tuffo” nel simbolismo – che serve solo da innesco metaforico di un discorso sommerso e più articolato – esso rivela una sinergia profonda, radicata in una tradizione millenaria che vede nell’acqua una fonte di vita, purificazione e rinascita spirituale.
Esaminiamo dunque: cos’è una fontana?
Le fontane rappresentano simbolicamente diversi aspetti, a seconda del contesto culturale e storico in cui sono inserite. Sono associate alla purezza e al rinnovamento, poiché l’acqua corrente simboleggia il flusso continuo delle energie vitali e l’idea di un costante rinnovo. Questo simbolismo è presente in molte culture, dove le fontane sono viste come fonti di purificazione, offrendo sia ristoro fisico che rigenerazione spirituale.
Oltre a ciò, le fontane rappresentano la vita e l’abbondanza, in quanto l’acqua è una risorsa vitale essenziale per la prosperità delle comunità e delle civiltà. Nelle più diverse tradizioni religiose e mitologiche, le sorgenti o le fontane sono spesso associate ai luoghi delle divinità, simboleggiando una fonte di benedizione spirituale e felicità.
Il simbolismo della fontana d’acqua sorgiva è espresso, in particolare, dalla sorgente che sgorga nel Giardino dell’Eden, ai piedi dell’Albero della Vita, al centro del Paradiso Terrestre, e si divide poi in quattro fiumi che scorrono verso le quattro direzioni dello spazio: Pison, Ghicon, Tigri ed Eufrate. “Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino, poi di lì si divideva e formava quattro corsi” (Genesi 2:10).
Questo simbolismo si riflette anche nell’architettura, dove le fontane sono spesso al centro di corti o giardini rappresentanti il Paradiso: un caso emblematico, originario della Persia e poi integrato anche nella cultura occidentale, è il Chahar Bagh o “giardino quadruplo”, ossia il classico disegno dei giardini persiani – da cui deriva anche il tipico motivo dei tappeti – con due assi ortogonali che dividono lo spazio in quattro parti, spesso con una fontana o un bacino al centro, a simboleggiare appunto la sorgente dei quattro fiumi del Paradiso.
Le fontane monumentali, come la Fontana dei Quattro Fiumi – che richiama direttamente le simbologie citate poc’anzi – o la Fontana di Trevi, testimoniano anche il potere e la maestosità della committenza; rappresentano l’influenza politica e culturale di una città o di un’istituzione, e sono dunque progettate per impressionare ed esaltare la grandezza di chi ne ha promossa la costruzione.
Storicamente, le fontane hanno svolto un ruolo importante come punti di incontro sociale, sia per l’approvvigionamento idrico che per la socializzazione. Questo aspetto è ancora oggi rilevante, poiché le fontane continuano a essere luoghi di aggregazione e di vita cittadina.
Vediamo dunque che la fontana, in quanto scrigno del bene più vitale, rappresenta una varietà di significati simbolici che riflettono diversi aspetti dell’esistenza umana, dalla spiritualità alla politica, dalla purificazione alla prosperità. L’acqua contenuta e gestita dalle fontane non è retaggio d’una particolare cultura ma vero simbolo universale.
Nella tradizione cristiana, l’acqua è un potente simbolo del battesimo, il sacramento che segna l’inizio della vita spirituale, e che ha luogo dinanzi al fonte battesimale. Gesù afferma nel Vangelo di Giovanni (3:5), “In verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio”.
Questa rivelazione, pilastro della fede cristiana, sottolinea l’importanza essenziale dell’acqua come porta d’accesso alla vita eterna: un concetto che trova eco nelle opere presenti in questo allestimento, caratterizzate da moti liquidi e al tempo eterei; eco ma anche corpo, nel tentativo dell’Artista di trasmettere, attraverso il tratto ed il colore, queste due nature – materiale e spirituale – dell’acqua, questo suo essere presente-assente, sempre uguale e sempre diversa: dualismi di cui l’acqua pare essere composta – e questo anche letteralmente, specialmente quando sovviene qualche reminiscenza di chimica a ricordare il mistero di due gas che si combinano per dare luogo ad un liquido.
Acqua, quindi, che rende visibile l’invisibile: prorompe dal lavoro di Anna l’esperienza dell’ineffabilità elementale espressa nelle forme sempre cangianti che sgorgano in un divenire senza posa, frantumando, e contemporaneamente ricostituendo, ciò che ci permette di vedere l’acqua e ciò che l’acqua a sua volta ci consente di intercettare, ossia la luce, nei suoi infiniti giochi di specchi e bagliori.
La fontana – trasposizione urbana, nonché celebrazione artistica, delle sorgenti naturali, quindi glorificazione dell’Acqua archetipica, con tutto il suo corredo simbolico che rimanda alla vita rigogliosa e inestinguibile – e, in particolare, le fontane romane, caratterizzate da dee e dei, ninfe e naiadi, creature marine e personificazioni di fiumi ed acque, con la loro incessante danza di zampilli e cascate, possono essere interpretate come una metafora del carattere perpetuo e inesauribile del divino, un’immagine tangibile dell’infinito fluire della grazia di Dio.
Come leggiamo nel libro dell’Esodo (17:1-7), Dio stesso fece scaturire acqua dalla roccia per dissetare il popolo assetato nel deserto, un miracolo che il profeta Isaia interpreta come promessa di una futura rigenerazione del deserto (Isaia 41:17-18). L’acqua, quindi, non è solo un elemento fisico, ma un simbolo della provvidenza divina, un dono che nutre e sostiene la vita.
Custode di questo bene prezioso, la fontana, come elemento architettonico e simbolico, è anche profondamente legata all’archetipo della Grande Madre, e questo presenta a sua volta affinità e connessioni con la figura della Vergine Maria, in particolare nella declinazione iconografica della Virgo Lactans o, come popolarmente detta, Madonna del Latte – la cui rappresentazione più nota in Roma è quella di Antoniazzo Romano, custodita proprio nella Chiesa di Santa Maria Annunziata in Borgo -. Ma procediamo per gradi.
La Grande Madre è una divinità femminile primordiale che incarna la fertilità, la protezione e la ciclicità della vita: attraverso diversi aspetti che riflettono la complessità e la ricchezza del simbolismo ad essa associato, si manifestano, come vedremo, alcune particolari connessioni con le fontane.
Innanzitutto, l’acqua è l’elemento che immediatamente collega la fontana all’archetipo della Grande Madre: essa è riconosciuta come simbolo di fertilità e rigenerazione, poiché essenziale per la vita e la crescita, e le fontane, con il loro flusso costante di acqua, rappresentano questo aspetto della Grande Madre, simboleggiando la capacità di generare e sostenere la vita. Questo collegamento è particolarmente evidente nelle culture antiche, dove l’acqua era considerata un dono divino e le fontane erano spesso dedicate a dee associate alla fertilità e alla protezione, come Iside o Cibele. Queste divinità femminili erano venerate per il loro potere di generare e nutrire la vita, e le fontane diventavano un’estensione di questo potere, simboleggiando la capacità della Grande Madre di sostenere e proteggere tutti gli esseri viventi.
La forma spesso circolare o curva delle fontane è un altro aspetto che le lega alla Grande Madre. Questa forma accogliente e protettiva evoca l’idea di un luogo sicuro e nutriente, dove la vita può crescere e svilupparsi. La fontana, in questo senso, diventa un simbolo del potere materno di accogliere e proteggere, riflettendo la capacità della Grande Madre di ricevere e nutrire ogni creatura. Il grembo materno è un simbolo universale di protezione e nutrimento, e la forma curva della fontana ne è una rappresentazione tangibile, creando un ambiente accogliente che invita a riflettere sulla connessione tra la vita e la sua fonte primaria.
Inoltre, le fontane sono normalmente integrate in giardini o parchi, i quali evocano ambienti che rappresentano un legame diretto con la natura e i suoi cicli – e, analogamente, le fontane sono presenti anche nelle piazze, le quali simboleggiano una radura nel mezzo della vegetazione -. Questo aspetto è strettamente connesso alla Grande Madre, che incarna la Madre Terra e i suoi ritmi naturali di nascita, morte e rinascita. Le fontane, in questo contesto, diventano un simbolo della connessione tra l’uomo e la natura, riflettendo la ciclicità e la continuità della vita. La Grande Madre è spesso associata ai cicli naturali, e la fontana, con il suo flusso costante di acqua, rappresenta la continuità e la rigenerazione che caratterizzano questi cicli.
Infine, se abbiamo sinora considerato la fontana come la rassicurante evocazione cittadina d’una sorgente naturale, dobbiamo pure, giunti a questo punto, prendere atto di come l’acqua delle fontane – in particolare quelle di Roma, solcate da Nettuni, Tritoni, delfini ed altre fantastiche creature marine – ci riveli un’altra potente immagine dell’elemento acqua, affascinante e perturbante a un tempo, certamente la più misteriosa: il mare, col suo mondo sommerso, costellato d’infiniti abissi ignoti; pelago custode di segreti che le onde appena sussurrano alla luna.
La fontana, che irrompe con la forza del mare nella vita cittadina, può pertanto essere associata anche al simbolismo lunare – e quindi all’inconscio -, che è legato alla Grande Madre. La Luna regola le maree e i cicli naturali, riflettendo la dualità e la ciclicità dell’archetipo. Questo collegamento simbolico sottolinea ulteriormente il ruolo della fontana come rappresentazione della Grande Madre, che incarna la capacità di influenzare e regolare i ritmi della vita.
La fontana è dunque, in certa misura, erede d’un patrimonio simbolico comune alla Grande Madre; raffrontiamo ora questo archetipo con la Madonna del Latte: è un accostamento affascinante che attraversa culture e tradizioni spirituali apparentemente distanti e tuttavia, per molti versi, prossime. Entrambe le figure rappresentano infatti aspetti fondamentali della maternità e della cura, simboleggiando la protezione e il nutrimento in modi distinti e complementari.
L’archetipo della Grande Madre è un concetto universale che permea l’inconscio collettivo, rappresentando la fertilità e la generazione della vita. Questa figura è presente in molte culture e civiltà, spesso associata alla Madre Terra e al ciclo naturale di nascita, crescita, declino e rinascita. La Grande Madre incarna sia aspetti positivi, come la creatività e il nutrimento, sia aspetti negativi, come la distruzione e il caos, riflettendo la complessità e l’ambivalenza della natura stessa.
La Madonna del Latte, invece, è una rappresentazione specifica della divina maternità nella tradizione cristiana, ma le sue radici simboliche affondano in un passato più antico e pagano. La scena di Maria che allatta Gesù è un’immagine potente che evoca sentimenti di tenerezza e intimità, ma anche di spiritualità e, in particolare, di nutrimento spirituale – “Come bambini appena nati desiderate avidamente il genuino latte spirituale, grazie al quale voi possiate crescere verso la salvezza”, 1 Pietro 2:2). Questo aspetto è analogo al simbolismo della Grande Madre, che rappresenta la fonte di vita e di conoscenza.
La rappresentazione della Madonna del Latte ha influenze culturali e religiose che si estendono oltre il cristianesimo. Ad esempio, la figura di Iside che allatta Horus nella mitologia egizia è un precedente simbolico che mostra come il tema della maternità divina sia stato assimilato e trasformato nel corso della storia.
Questo processo di assimilazione è simile a come l’archetipo della Grande Madre si manifesta in diverse culture e religioni, rappresentando un principio universale che trascende le specifiche tradizioni.
Nella Storia delle Religioni, entrambe le figure sono oggetto di devozione e rappresentano un legame tra il divino e l’umano. La Madonna del Latte è assai venerata per la sua capacità di intercedere e proteggere, mentre la Grande Madre è spesso associata a rituali e pratiche spirituali che celebrano la fertilità e la rinascita. Ma la figura della Vergine Maria intenta ad allattare Gesù Bambino è altresì invocata sovente da madri, o aspiranti tali; da donne che ricercano conforto spirituale per casi inerenti la loro maternità, che affrontano difficoltà nel loro essere madri; ma anche uomini, che necessitano di integrare spiritualmente il femminile sacro. Questa connessione riflette la profonda influenza che ambedue i simboli hanno sulla psiche umana e sulla spiritualità individuale.
Infine, sia la Grande Madre che la Madonna del Latte presentano aspetti ambivalenti. La Grande Madre può essere sia creativa che distruttiva, mentre la Madonna del Latte, pur essendo un potente simbolo di amore, maternità, fertilità, cura, protezione e ricettività, per via della sua caratteristica unica di rappresentare Maria nell’atto di scoprire il seno, sebbene per allattare Gesù, è stata in passato reputata, da un ampio movimento culturale, come immagine potenzialmente “pericolosa”, per la sua capacità di evocare emozioni forti e contrastanti1.
Questa complessità simbolica riflette la natura umana e la sua relazione con il divino, evidenziando come questi archetipi continuino a influenzare profondamente la nostra comprensione del mondo e di noi stessi.
Appare dunque chiara la connessione tra la Grande Madre e la Madonna del Latte: essa si basa sulla loro capacità di rappresentare la maternità, la cura e la fertilità, con un profondo impatto simbolico e spirituale nella cultura e nella religione. Entrambe le figure simboleggiano quindi il potere trasformativo della maternità e il legame indissolubile tra la natura umana ed il divino.
Ma, a questo punto, esistono legami fra la Madonna del Latte e le fontane? Non direttamente, si direbbe: la posizione della Chiesa postridentina su Maria Lactans deve aver sufficientemente inibito tanto i pittori quanto gli scultori a cimentarsi in tale soggetto, tanto in voga sino alla Controriforma. Tuttavia alquanto diffusi sono in Italia gli esempi di fontane le cui acque zampillano dai seni delle più varie creature femminili. A Roma, ad esempio, esiste la Fontana delle Mammelle. Ed oso affermare che l’atto a cui si riferiscono le due rappresentazioni – quella di Maria che allatta e le fontane ornate da figure femminili dai cui seni esce l’acqua – non sia propriamente un caso di mera omologia iconografica, bensì, in qualche forma, e a loro modo, le fontane assolvessero a quelle funzioni cui vennero meno, per forza maggiore, le Madonne bandite: ossia, mettere in comunicazione lo spettatore con un grande archetipo femminile.
Ad ogni modo, le fontane romane – sia quelle odierne che quelle antiche – rappresentano un esempio di come l’architettura possa essere impregnata di simbolismo legato alla Grande Madre. Anticamente, queste strutture non erano solamente deputate all’approvvigionamento idrico, ma erano anche spazi sacri dove si celebravano rituali e cerimonie legate alla fertilità e alla protezione. Questo perché , per i Romani, l’acqua, era considerata un dono degli dei, e quindi sacra. Il dio Fons era il protettore delle sorgenti, e ogni fonte aveva un nume tutelare, spesso una ninfa. Di conseguenza, con le loro statue e decorazioni, le fontane romane raffiguravano spesso divinità femminili associate alla Grande Madre, sottolineando ulteriormente il legame tra l’acqua, la fertilità e il potere materno. E il potere Romano, così legato al controllo dell’acqua, non poteva trascurare il valore simbolico, religioso, politico e pratico di un dispositivo – la fontana – capace d’un tale impatto sui cittadini.
In questa prospettiva, la fontana diventa allora un elemento che riflette la complessità e la profondità dell’archetipo della Grande Madre, invitando a riflettere sulla connessione tra l’uomo e la natura, e sulla capacità della Grande Madre di alimentare e prendersi cura di tutte le forme di vita. La sua forma, il suo contesto e il suo simbolismo creano un legame indissolubile con la Madonna del Latte, che rappresenta la maternità divina e il nutrimento spirituale, riflettendo la connessione tra il sacro e il profano nella cultura e nella religione.
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L’acqua, sia come realtà essenziale alla vita, sia come desiderio di pienezza, è così importante che nell’Antico Testamento ricorre circa 580 volte. Lungi dall’esser questa la sede di una disamina approfondita, ci limiteremo a ricordare come l’acqua sia ampiamente attestata come simbolo di purificazione, considerando solo alcuni passaggi.
Il racconto del diluvio universale (Genesi 6,17) rappresenta una purificazione radicale della terra, un nuovo inizio per l’umanità. Allo stesso modo, le leggi di purificazione del Levitico 14:5-6 e Numeri 19:9-22 prevedono l’uso dell’acqua corrente per lavare via la contaminazione e ristabilire la purezza.
Anche il Re Davide fa riferimento all’acqua in un episodio specifico descritto in 2 Samuele 23:13-17, ma come l’acqua è fluida, così lo è pure il suo simbolismo, che qui acquisisce connotazioni meno comuni. In questo passaggio, Davide esprime il desiderio di bere l’acqua del pozzo vicino alla porta di Betlemme, che era sotto il controllo dei Filistei. Tre dei suoi guerrieri più valorosi, nonostante il pericolo, si infiltrarono nel campo filisteo e portarono l’acqua a Davide. Tuttavia, Davide rifiutò di berla, considerandola come “il sangue di questi uomini” che avevano rischiato la vita per ottenerla, e la sparse a terra come offerta al Signore.
Il racconto ha un profondo significato spirituale. In generale, l’acqua nella Bibbia simboleggia la vita spirituale, la purificazione e il rinnovamento. Tuttavia, in questo episodio specifico, l’acqua è più legata al tema del sacrificio e della gratitudine verso Dio. In questo contesto, l’acqua rappresenta diversi aspetti simbolici simultanei. L’atto di versare l’acqua a terra simboleggia il sacrificio e la devozione di Davide verso Dio. Rifiutando di bere l’acqua ottenuta a caro prezzo, Davide mostra che il suo desiderio di onorare Dio supera le sue necessità fisiche. L’acqua, essenziale per la vita, rappresenta anche il valore che Davide attribuisce alla vita dei suoi guerrieri. Il suo gesto sottolinea che la vita umana è preziosa e che il sacrificio per proteggere i propri compagni è più importante del soddisfacimento dei bisogni personali.
Il Nuovo Testamento riprende e amplifica i simboli incontrati nell’Antico Testamento. Gesù stesso si fa battezzare (Marco 1:9-11), immergendosi nella realtà umana per redimerla; nel dialogo con la samaritana (Giovanni 4:1-42), si presenta come “acqua viva” che disseta per sempre la sete dell’anima. Gesù paragona poi la sua parola e il suo insegnamento ad una fontana di acque vive: “Chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna” (Giovanni 4:14) – questa immagine è ripresa anche nell’Apocalisse di Giovanni, dove si descrive un fiume d’acqua viva che scaturisce dal trono di Dio, simbolo della vita senza fine (Apocalisse 22:1-2) – e infine, dal suo costato crocifisso sgorga acqua e sangue (Giovanni 19:34), segni del battesimo e dell’eucaristia, i sacramenti che ci uniscono a Cristo e ci rigenerano nella vita eterna.
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Vediamo quindi come, la scelta di ospitare la mostra “Acqua, Luce e Spiritualità” nella Chiesa di Santa Maria Annunziata, assuma un significato ancora più profondo. Questo luogo sacro, testimone di secoli di storia e di fede, diventa uno spazio di dialogo tra l’arte contemporanea e la tradizione religiosa, un invito a contemplare la bellezza del creato e a riconoscere la presenza di Dio in ogni aspetto della vita. Mentre i pellegrini si recano a Roma per il Giubileo 2025, attraversando le Porte Sante delle basiliche principali in cerca di indulgenza e riconciliazione, la mostra di Anna Romanello offre un’ulteriore opportunità di riflessione spirituale, unendo l’arte alla ricerca della verità e della speranza, nel segno della Via Pulchritudinis.
Anna Romanello, con la sua sensibilità ed il suo talento, ci offre uno sguardo nuovo ed originale sulle fontane romane, trasformandole in un’esperienza estetica e spirituale. La sua opera ci ricorda che l’arte, quando è ispirata dalla fede e dalla ricerca della verità, può diventare uno strumento potente per la contemplazione del divino e per la crescita spirituale. Questa mostra, quindi, non è solo uno fra i tanti eventi culturali, ma un’occasione per riflettere sul significato della vita, sulla bellezza del creato e sulla presenza di Dio in mezzo a noi; fra fontane esterne e fonti interiori, è vivo il desiderio di condividere con lo spettatore la meditazione di un simbolismo tanto potente e traboccante nella città di Roma, che l’allestimento mira a cogliere in un vortice di luci, rimandi, colori, impressioni: un riverbero infinito, per entrare in contatto in maniera trasversale e multisensoriale con l’elemento Acqua, proprio poco prima di varcare la Porta Santa della Basilica di San Pietro.
Invitiamo quindi i visitatori a immergersi in questo dialogo tra acqua, arte e sacralità, lasciandosi guidare dalla bellezza delle opere di Anna Romanello e dalla profondità dei significati che esse evocano. Che questa mostra possa essere un’occasione per dissetare la nostra sete di bellezza, di verità e di spiritualità, conducendoci verso una comprensione più profonda del mistero della vita e dell’amore di Dio.
Michele Tarroni
1 Tale reputazione condusse agli esiti del Concilio di Trento, sancendo la fine di questa magnetica iconografia ed il ritocco posticcio delle poche opere scampate alla rimozione: pochissime dunque quelle giunte intatte ai giorni nostri; fra queste, appunto, quella di Antoniazzo Romano.







