di Michele Tarroni
Analisi critica di Fontana del Moro, l’opera-manifesto della mostra “Acqua, Luce, Spiritualità” di Anna Romanello

Opera-simbolo dell’esposizione “Acqua, Luce, Spiritualità” – inaugurata lo scorso mercoledì 4 giugno dalla Fondazione Rezza Pro Cultura et Caritate presso la Chiesa di Santa Maria Annunziata in Borgo a Roma – la Fontana del Moro di Anna Romanello, è l’ouverture del percorso espositivo, ed accoglie il visitatore, od invita anche il semplice viandante, già con la sua presenza cartellonistica all’esterno della chiesa.
L’opera fotografica, realizzata a Piazza Navona, e scattata da dietro la Fontana del Moro, si impone come una riflessione visiva densa di simbolismi e stratificazioni interpretative, in cui la tecnica adottata dall’Artista si fa strumento di un’iconografia sacra creativamente estratta dall’ambiente urbano ed attualizzata con interventi precisi, essenziali, e di gusto contemporaneo. La composizione, che abbraccia la Fontana dei Quattro Fiumi, il Tritone posteriore della Fontana del Moro ed il cosiddetto “Moro”, inquadrato di spalle, è sottoposta ad una serie di interventi post-produzione che amplificano il valore allegorico di ogni elemento, trasformando la fotografia in un’opera concettuale dal denso significato spirituale.
Ad una prima occhiata ci si potrà anche comprensibilmente domandare: ma a quali verità spirituali potrà poi riferirsi una fotografia scarabocchiata di Piazza Navona? Cosa dovrebbe mai avere a che fare con una chiesa, con il messaggio cristiano, con la salvezza delle anime? Quali misteri e misteri d’Egitto vuoi che ci siano lì da interpretare?
Sarà l’ennesima provocazione?? Ad uno sguardo sommario, e magari profano – giammai sentasi chiamato in causa l’accorto lettore -, non pungerà il benché minimo dubbio: ma certo che sì!
Eppure, forse, no. Altrimenti, perchè mai i Musei Vaticani avrebbero dovuto acquisire otto opere dalla collezione attualmente esposta a Santa Maria Annunziata?
Sarà il caso di vederci chiaro.
Per cominciare, la scelta di inquadrare la Fontana dei Quattro Fiumi attraverso la Fontana del Moro non è casuale: la struttura tetramorfa della prima, con le quattro figure allegoriche dei fiumi che rappresentano i continenti, rimanda chiaramente al concetto di universalità e al tetramorfo medievale, simbolo degli evangelisti, ergo, per estensione, di Cristo come Verbo incarnato. Tanto più che l’obelisco stesso, posto al centro della Fontana dei Quattro Fiumi, rappresenta un leitmotiv da manuale della Storia delle Religioni, ossia l’axis mundi, che, in chiave cristologica, diviene nientemeno che simbolo stesso di Cristo. Questa lettura si radica nella stratificazione simbolica del monumento berniniano, che unisce eredità pagana, linguaggio barocco e teologia controriformista.
Esaminiamo più da vicino. L’obelisco rappresentava tradizionalmente un pilastro sacro che univa cielo e terra, simbolizzando quindi l’axis mundi. Nella Roma papale, questo simbolo fu rielaborato in chiave cristiana: nella fattispecie, l’obelisco in oggetto – detto Agonale, realizzato presso le cave di Assuan sotto l’imperatore Domiziano, giunto a Roma dall’Egitto e, dopo varie traversie, collocato da Bernini, per volere di Papa Innocenzo X, al sommo della Fontana dei Quattro Fiumi – diventa un “monolito rigenerato”, trasformato da relitto pagano ad emblema della Chiesa trionfante. La sua verticalità, accentuata dalla collocazione al centro dei quattro fiumi-continenti, evoca l’idea di un centro cosmico, punto di congiunzione tra divino e umano.
Nella teologia cristiana, Cristo è definito l’“asse del mondo”, mediatore tra cielo e terra: la croce, spesso associata – quando non direttamente identificata – all’axis mundi, diviene allora simbolo della connessione anzi detta.
L’Agonale, quindi, con la sua forma slanciata e la sommità sormontata dalla colomba – emblema dello Spirito Santo e della famiglia Pamphilj -, richiama direttamente questa simbologia: la colomba, posta in cima, allude alla discesa dello Spirito Santo, completando la Trinità – Padre-Moro, Figlio-Fontana dei Quattro Fiumi/obelisco, Spirito-colomba/Tritone -; l’iscrizione alla base dell’obelisco, voluta da Innocenzo X, celebra la Chiesa come faro universale, estendendo il ruolo di Cristo a guida spirituale dei quattro continenti.
Bernini fonde qui abilmente elementi pagani e cristiani: i quattro fiumi, allegorie dei continenti, convergono verso l’obelisco come l’umanità verso Cristo, “luce delle genti”; l’acqua, elemento centrale della fontana, simboleggia il battesimo e la rigenerazione, mentre l’obelisco, irradiato dalla luce solare, diventa metafora di Cristo “luce del mondo”.
L’obelisco della Fontana dei Quattro Fiumi assume dunque una doppia valenza: come axis mundi riassume l’universalità del messaggio cristiano; come simbolo cristologico, rappresenta Cristo-centro cosmico e mediatore. Questa interpretazione si inserisce nel programma iconografico voluto da Innocenzo X, dove l’arte barocca diventa strumento di catechesi visiva, trasformando piazza Navona in un “santuario urbano” della Trinità.
Cerchiamo ora di riunire i simbolismi ed avviarci verso una lettura maggiormente consapevole dell’opera di Anna Romanello. Torniamo dunque al tetramorfo: esso, nel suoi insieme, è annuncio del Salvatore; nella tradizione cristiana, è formato da quattro creature – toro, leone, aquila, uomo/angelo – che simboleggiano i quattro evangelisti e, in senso più ampio, la manifestazione di Dio nella storia umana. La Fontana dei Quattro Fiumi – che richiama direttamente Genesi 2:10 – assume dunque indubbiamente il significato del Figlio, fulcro della Trinità, mentre l’obelisco, evidenziato nell’opera di Anna Romanello da una linea verde, richiama la natura divina del Cristo, la speranza che egli solo dispensa, la verticalità della fede, la tensione verso il divino, la strada che il Popolo di Dio è chiamata a percorrere.
E veniamo dunque al Tritone, che soffiando nelle sue buccine ritorte, è iconograficamente associato al soffio, al vento, al Pneuma, ossia allo Spirito Santo: la sua presenza dinamica, con l’acqua che, nell’opera affrontata, sgorga bianca e grigio/azzurra da quello che dovrebbe essere uno strumento a fiato, ricorda il soffio creatore che aleggia sulle acque di Genesi 1:2, e che vediamo come presenza “vaporosa” negli inteventi di Anna Romanello sulle acque della fontana, che si colorano del bianco della purezza, dell’alito di vita, del soffio divino del Creatore; di tonalità tenui di grigio che evocano un’atmosfera nebulosa primordiale, brulicante e pervasiva; del verde della natura giovane, rigogliosa, al colmo delle forze, della gioia, e della speranza; e, infine, del celeste del cielo che indica lo spirito, l’ascesi, la destinazione cui siamo chiamati.
L’acqua che esce dalle conchiglie del Tritone, evidenziata da punti luminosi, si fa allora metafora dello Spirito che feconda e vivifica e, insieme all’altro simbolo, della Colomba, inscrive lo Spirito di Dio tanto nei cieli quanto nella terra.
Il Moro, ritratto di spalle, è “inconoscibile”, come il Padre nella tradizione teologica cristiana: invisibile eppure presente, fonte di luce e origine. Il colore giallo trasparente che lo avvolge e/o che da esso scaturisce, lo accende ed al contempo illumina il resto della scena, trasformandolo in un punto infinitamente denso di luce, quasi una teofania, mentre il segno verde sulla schiena, che richiama l’obelisco, pare una sovrimpressione, segno quasi radiografico d’una trasparenza che suggerisce appartenenza, inscrizione, coincidenza, più che corrispondenza, elemento indissolubile che lo lega iconograficamente ed inequivocabilmente al Figlio, affermando la connessione profonda, genitrice, tra il Padre ed il Verbo. Il verde, colore della natura e della rinascita, si fonde con il giallo, simbolo di luce e sole, in un gioco di rimandi che esalta la vitalità e la sacralità della scena. Il celeste dell’acqua, infine, rimanda ulteriormente al cielo ed allo spirito, evocando la trascendenza e la dimensione ultraterrena.
La lettura proposta dall’autore è quella di una Trinità visiva, dove Acqua, Luce e Spirito si compenetrano e si rivelano all’interno dello spazio urbano. L’acqua, simbolo biblico di purificazione, vita e rigenerazione, scorre abbondante e luminosa, mentre la luce, rappresentata dal giallo, è energia divina che si irradia dal Moro-Padre. Lo Spirito, espresso dal Tritone, dalla Colomba, e dal soffio dell’acqua, è movimento, vita, ispirazione, inspirazione, ed espirazione.
In tutta l’opera, la scelta cromatica non è mai casuale: il verde, colore della natura e della speranza, si fa segno di vita, continuità, eternità; il giallo, colore della luce e della rivelazione, illumina il mistero divino; il celeste, colore del cielo e dello spirito, avvolge l’acqua e la rende elemento di trascendenza. I contorni dell’opera, sfumati in bianco-grigiastro, suggeriscono infine, quasi come in una visione onirica, un non-confine – l’Infinito -, in un’atmosfera generale di sospensione tra realtà e simbolo: quasi una prosecuzione di ciò che è rappresentato dentro l’opera, nella realtà in cui viviamo.
Da sottolineare inoltre che gli elementi che Anna Romanello apporta alla fotografia di partenza, aggiungono una visione unificata ed unificante dei simboli incontrati: è un’opera che va percepita contemporaneamente in due ed in tre dimensioni, con una percezione dove profondità e superficie non sono in antitesi. La stessa impostazione generale guida lo spettatore in quest’operazione. Pare, seguendo i tratti dell’Artista, di assistere ad un’armonica fusione delle fontane in un’unica fontana: forse la “Fontana della Trinità”?
Reinterpretando in chiave contemporanea i grandi temi della tradizione cristiana, l’opera si colloca in un inedito – e allora tutto da esplorare – territorio di confine tra fotografia, appropriazionismo ed iconografia sacra: romanellismo?!?? Ai posteri…
Di certo la scelta di Piazza Navona come scenario non è nè banale, nè casuale e nemmeno meramente estetica, ma profondamente simbolica: la piazza, con le sue fontane barocche, è da sempre luogo di incontro tra arte, fede e vita quotidiana; e g li interventi di Anna Romanello, lungi dall’essere semplici abbellimenti, sono strumenti di approfondimento simbolico, che trasformano la fotografia in una meditazione visiva sulla Trinità.
Ultima considerazione: sa il lettore, senza meno, che ichthys – in greco antico, “pesce” – è un acrostico delle parole greche “Iesùs CHristòs THeù HYiòs Sotèr”, che significano “Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore”; ora, la presenza del pesce, simbolo di Cristo, stretto tra le gambe del Moro – anche se non visibile nell’opera descritta, ma verificabile dal vivo, presso la fontana reale – è un dettaglio che completa la lettura trinitaria: il Padre genera il Figlio – ossia il pesce – e dal Figlio – dalla bocca del pesce – scaturisce l’acqua, che a sua volta si apre – trovata davvero geniale – in una lama di luce, quando, durante la giornata, il sole illumina la piazza – e la luce si irradia feconda verso l’esterno: metafora di Gesù, Verbo di Dio, che è Luce del mondo. A ribadire l’acqua come elemento di purificazione, ma anche di rivelazione e salvezza; a confermare, qualora vi fossero incertezze residue, la significanza delle allegorie e la sapienza a cui esse si riferiscono.
L’opera Fontana del Moro di Anna Romanello si impone come una riflessione visiva profonda e raffinata, che unisce la potenza simbolica delle più celebri fontane barocche di Roma alla sensibilità contemporanea dell’arte. La lettura trinitaria, sostenuta da una sapiente scelta cromatica e iconografica, trasforma Piazza Navona in uno spazio sacro, dove Acqua, Luce e Spirito si rivelano come presenze vive e amorevoli, caritatevoli dispensatrici delle salvifiche verità ultime. L’Artista, attraverso la fotografia e la post-produzione, ci invita a guardare oltre la superficie delle cose, a cogliere il mistero che si nasconde nelle pieghe e nei segni della realtà quotidiana; a rintracciare il Divino nei simboli, nei segni, negli apparenti scarabocchi, nei luoghi impensati. Perchè, se non è dovunque, allora non è Dio.
Michele Tarroni







